Mercoledì, 28 Luglio 2021

Calcolo imposta IRES

 

L’art. 83 del TUIR stabilisce il principio di derivazione, ossia il principio secondo il quale la base imponibile IRES deve essere determinata sulla base dell’utile o della perdita che risulta dal conto economico.

L’applicazione del principio di derivazione, però, non comporta una mera e pedissequa trasposizione nella dichiarazione del contribuente del risultato economico dell’impresa, ma a questo andranno applicate delle variazioni in aumento o in diminuzione, stabilite dal TUIR al fine di limitare l’ambito di discrezionalità degli amministratori aziendali.

Una volta apportato all’utile o alla perdita risultante dal conto economico le variazione in aumento e/o diminuzione previste dal TUIR, al risultato ottenuto saranno sottratte, se esistenti, le perdite fiscali degli anni precedenti, ottenendo così la base imponibile IRES su cui andrà applicata l’aliquota del 27,5%.

Nel calcolo dell’imposta IRES particolare attenzione va posta alle variazioni da apportare all’utile o perdita d’esercizio. Tali variazioni, e non potrebbe essere altrimenti, variano a seconda della posta considerata.

Di seguito vengono esaminate le poste dell’attivo, evidenziando il loro trattamento fiscale.

 

I ricavi e plusvalenze

I componenti positivi di reddito si dividono in due categorie:

  1. ricavi;
  2. plusvalenze.

I due hanno trattamenti fiscali diversi a seconda dei casi.

 

I ricavi

Costituiscono ricavi ai fini fiscali:

  1. corrispettivi derivanti dalla cessione a titolo oneroso di:
    1. beni-merce e prestazioni di servizi rientranti nell’oggetto sociale;
    2. materie prime, sussidiarie e di consumo, semilavorati;
    3. azioni ed altre partecipazioni in soggetti IRES, se iscritti nell’attivo circolante del bilancio;
    4. obbligazioni iscritte nell’attivo circolante;
  2. risarcimenti, anche assicurativi, per la perdita o il danneggiamento dei beni di cui sopra;
  3. contributi pubblici versati in conto esercizio, come ad esempio i contributi che i Comuni erogano alle aziende municipalizzate per ripianare i deficit di gestione. La ratio che ha spinto il Legislatore a comprendere tali finanziamenti tra i ricavi deriva dalla considerazione che essi, in genere, vengono erogati a imprese che operano in regime di prezzi amministrati (come trasporto, energia, acqua) e che, quindi, praticano prezzi non remunerativi per ragioni politico-sociali. In tali casi i contributi pubblici, quindi, rappresentano una integrazione dei ricavi;
  4. il valore normale dei beni che l’imprenditore cede ai soci, ovvero che destina a finalità estranee all’esercizio dell’attività d’impresa (ad esempio la cessione a titolo gratuito).

Quando vengono tassati i ricavi?

Nel rispetto del principio di competenza i ricavi vengono tassati nel momento in cui maturano.

 

Le plusvalenze

Per plusvalenza si intende la differenza positiva tra un valore finale ed un valore base di un certo bene oggetto di cessione. Segnatamente:

  • il valore base è dato dal valore fiscalmente riconosciuto al bene ceduto, ossia dal costo del bene incrementato e ridotto dalle variazioni derivanti dall’applicazione delle norme tributarie[1] per rivalutazioni, costi di diretta imputazione, ammortamenti ecc.;
  • Il valore finale è pari a:
    • il corrispettivo, qualora il bene venga venduto;
    • indennizzo ottenuto, qualora il bene sia oggetto di risarcimento;
    • valore normale, qualora non vi sia un controvalore, come nel caso in cui il bene venga assegnato ai soci o destinato a finalità estranee all’esercizio dell’impresa, ed anche nel caso di trasferimento del bene all’estero.

Costituiscono plusvalenze, ai fini fiscali, quelle derivanti da:

  1. vendita di beni strumentali[2];
  2. cessione di azioni, titoli e partecipazioni iscritte nelle immobilizzazioni finanziarie;
  3. cessione obbligatoria di partecipazioni sociali, ai sensi degli artt. 2537 e seguenti del c.c.

Quando vengono tassate le plusvalenze?

In deroga al principio della competenza, nel momento in cui vengono realizzate, ed in particolare:

  1. quando sono realizzate mediante la cessione a titolo oneroso o risarcimento;
  2. quando i beni fuoriescono dalla sfera dell’impresa mediante assegnazione a soci o destinazione a finalità estranee all’esercizio dell’impresa;
  3. quando il bene è trasferito all’estero. Il trasferimento all’estero rende tassabili le plusvalenze già maturate perché il bene fuoriesce dalla sfera impositiva dell’ordinamento italiano. L’imposta, però, sarà esigibile solo quando la plusvalenza è effettivamente realizzata e non al momento del trasferimento (ciò contrasterebbe il principio della libertà di stabilimento). A tal riguardo, il trasferimento all’estero dell’azienda non rende tassabile la plusvalenza se il bene rimane in Italia, entro una stabile organizzazione, perché in tal caso i beni continuano ad essere soggetti al regime fiscale italiano.

Come vengono tassate le plusvalenze?

Il contribuente può scegliere tra due soluzioni:

  • far confluire la plusvalenza interamente nella base imponibile dell’esercizio in cui è realizzata; ovvero
  • ripartire la plusvalenza in più esercizi per quote costanti.

Sempre a tal riguardo, nel caso in cui il contribuente decida di spalmare il valore della plusvalenza in più esercizi, valgono le seguenti regole:

  1. la rateizzazione è ammessa al massimo per cinque periodi d’imposta;
  2. il bene che origina la plusvalenza deve essere stato posseduto dall’impresa da almeno tre esercizi;
  3. l’opzione di rateizzazione deve essere espressamente richiesta nella dichiarazione dei redditi riferita all’esercizio in cui la plusvalenza è stata realizzata.

Sono previste regole particolari nel caso di plusvalenze realizzate:

  • in seguito alla cessione obbligatoria di partecipazioni sociali. In tal caso, la rateizzazione è ammessa sempre;
  • dalla vendita di beni in leasing riscattati e poi venduti. In tal caso, nel computo del periodo rilevante ai fini della rateizzazione della plusvalenza si tiene conto anche del periodo in cui il possesso era in base al contratto di locazione finanziaria. Pertanto, se il bene era posseduto già da due anni, la plusvalenza potrà essere spalmata su ulteriori tre anni;
  • dalla cessione di partecipazioni in altre imprese. In tal caso:
    • la plusvalenza è esente da tassazione qualora sussistano tutti i requisiti per beneficiare della c.d. “partecipation exemption”;
    • la rateizzazione è ammessa solo se le partecipazioni sono state iscritte come Immobilizzazioni negli ultimi tre bilanci d’esercizio.
    • si applica alle cessioni il criterio LIFO, per cui sono considerate cedute per prime le partecipazioni acquisite in data più recente.

QUALE È LA RATIO DELLA DISPOSIZIONE CHE AMMETTE LA RATEIZZAZIONE DELLE PLUSVALENZE?

Le ragioni sono due:

  • le plusvalenze sono componenti reddituali a formazione pluriennale;
  • incentivare l’autofinanziamento delle imprese, mediante reinvestimento delle risorse provenienti dal realizzo delle plusvalenze.

 

Le plusvalenze delle partecipazioni e la “partecipation exemption”

Particolari disposizioni sono previste nel caso delle plusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni, e ciò in quanto tali plusvalenze sono il frutto dell’accantonamento di utili passati non distribuiti e/o di utili futuri ancora da incassare.

A titolo d’esempio, si supponga che la società A produca un utile. In tal caso possono prospettarsi diverse situazioni:

  • l’utile viene distribuito. Essendo il percipiente un soggetto IRES, applicando il regime delle esenzione della partecipazione, il dividendo entrerà a far parte della base imponibile del percipiente nella misura ridotta del 5%;
  • l’utile viene accantonato, ed in tal caso è logico attendersi che vi sarà un incremento del valore nominale delle azioni o quote possedute dai soci. Pertanto, qualora tali partecipazioni fossero vendute, il socio incasserà un provento pari in parte alla costo della partecipazione (coincidente con il valore fiscale), ed in parte costituito dall’aumento di valore che la partecipazione ha subito nel tempo per effetto degli utili non distribuiti.

In realtà, la partecipazione può aumentare di valore anche per il miglioramento delle prospettive future di reddito della partecipazione. Se, per qualsiasi evento, vi è l’aspettativa di incassare in futuro dalla partecipata più dividendi di quelli previsti all’acquisto della stessa, allora è logico attendersi un incremento del valore nominale della partecipazione. Tale incremento di valore, se realizzato tramite la vendita della partecipazione, assume la configurazione di plusvalenza.

Tale esempio evidenzia come nel caso della cessione delle partecipazioni, la plusvalenza eventualmente conseguita è generata o dagli utili passati non distribuiti, o da un aumento degli utili attesi in futuro, ovvero da una combinazione dei due.

Posta questa premessa, ne deriva che se, nel quadro della partecipation exemption non sono imponibili, se non nella misura del 5%, i dividendi distribuiti, non devono esserlo neanche le plusvalenze, in quanto queste incorporano i dividendi non distribuiti negli anni passati o attesi. Pertanto, anche alle plusvalenze si applica il regime della partecipation exemption.

In realtà, il Legislatore (art. 87 TUIR) condiziona l’applicazione di tale regime ad alcuni requisiti:

  1. ininterrotto possesso dei titoli dal primo giorno al dodicesimo mese precedente quello dell’avvenuta cessione. Al riguardo, si considerano cedute prima le partecipazioni acquisite per ultime. Inoltre, se le partecipazioni nel tempo sono state spostate dalle immobilizzazioni finanziarie all’attivo circolante e viceversa, allora si considerano cedute prima le partecipazioni originariamente iscritte nell’attivo circolante;
  2. classificazione dei titoli nel bilancio nella categoria delle immobilizzazioni finanziarie. Si noti che la condizione riguarda la prima iscrizione in bilancio, e pertanto sono ininfluenti eventuali successivi spostamenti della partecipazione dall’attivo circolante alle immobilizzazioni finanziarie o viceversa.
  3. la partecipata non deve essere residente in un c.d. “paradiso fiscale”, ovvero, se ivi residente, deve essere stato ottenuto esito favorevole nell’interpello volto a dimostrare che l’impresa non ha tratto dei benefici fiscali dal fatto che la partecipata è residente in un paese black list. Ciò avverrà quando i proventi della partecipata sono stati tassati in un Paese a fiscalità ordinaria. Segnatamente, i proventi della partecipata sono costituiti per più del 75% da dividendi corrisposti da partecipate che operano in Paesi white list, ossia Paesi a fiscalità ordinaria. In tal caso, i proventi della partecipata avranno già subito una tassazione a livello ordinario e quindi la partecipante italiana nel momento in cui incassa i dividendi della partecipata ottiene proventi già soggetti ad una tassazione ordinaria e non agevolata.
  4. esercizio da parte della società partecipata di un’impresa commerciale secondo la definizione di cui all’art. 55 TUIR. Pertanto, l’esenzione è negata alle partecipazioni in società senza impresa. In particolare, è negata alle partecipazioni in società immobiliari di mero godimento, ossia società che non svolgono una effettiva attività commerciale.

Inoltre, con riguardo ai precedenti punti c) e d):

  • devono essersi verificati ininterrottamente per i tre esercizi antecedenti quello della cessione della partecipazione;
  • se la partecipata è una holding, devono essere verificati in capo alle partecipate costituenti la maggior parte del patrimonio della holding stessa.

Alla luce di quanto detto finora non tutte le plusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni sono esenti. Pertanto, sarà compito del contribuente stabilire quando la plusvalenza è esente e quando non lo è, e ciò per due ragioni:

  1. i costi inerenti le plusvalenze esenti non sono deducibili, come i costi specificatamente inerenti alla cessione (provvigioni intermediario);
  2. nel caso di partecipazioni esenti le minusvalenze realizzate dalla cessione delle stesse non sono deducibili. Per logica simmetria, se sono tendenzialmente fiscalmente non imponibili le plusvalenze, non devono essere deducibili le correlate minusvalenze. Per cui, se vengono cedute delle partecipazioni e queste hanno diminuito di valore, così come non sarà tassabile la plusvalenza, non dovrà essere deducibile la minusvalenza.

Quale è il limite di tale metodo?

Il primo limite è che non è che applicando il regime della esenzione della partecipazione non è deducibile la minusvalenza generata dal fatto che l’impresa partecipata ha un andamento negativo. Si pensi ad una partecipazione che in passato non ha distribuito gli utili per accantonarli e che, per effetto di una fase di contrazione del mercato, viene ceduta ad un prezzo inferiore al costo di acquisto. In tal caso il contribuente non avrà goduto dei dividendi e non potrà nemmeno dedurre la minusvalenza realizzata.

Il secondo è che, giocando sui requisiti legislativi, sono possibili evidenti arbitraggi.

Ad esempio, la società A possiede azioni della società B, che ha prodotto rilevanti utili e non li ha distribuiti. A cede le azioni a C, realizzando una plusvalenza non imponibile (se non nel 5%). C incassa i dividendi, non imponibili (se non nel 5%) e poi rivende, prima che sia trascorso un anno, le partecipazioni. C realizza una minusvalenza (le azioni valgono meno una spogliate dai dividendi) ed essa è deducibile, posto che il possesso delle azioni è durato meno di un anno.

Tale fenomeno è detto “dividend whashing” ed è stato duramente contrastato dal Legislatore. Ed infatti, le minusvalenze realizzate su azioni e titoli similari che non possiedono i requisiti previsti dal regime della partecipation exemption non sono deducibili per un importo pari ai dividendi percepiti nei trentasei mesi precedenti il realizzo della plusvalenza medesima.

 

I dividendi

Il regime della partecipation exemption vale anche per i dividendi che, come le plusvalenze esenti, sono tassati nella misura del 5%.

Lo stesso regime si applica alle remunerazioni che il soggetto IRES percepisce a fronte di titoli e strumenti finanziari assimilati alle azioni, o come associato nell’ambito di un contratto di associazione in partecipazione con apporto di capitale.

In deroga al principio di competenza, i dividendi sono tassati quando sono percepiti. Ma, nei casi in cui si applica il regime della trasparenza, gli utili delle società partecipate si imputano ai soci a prescindere dalla distribuzione dei dividendi.

Infine, non si applica il regime della esenzione della partecipazione se i dividendi provengono da una impresa residente in un paradiso fiscale, salvo che non sia appurato che dalla partecipazione non consegue la localizzazione dei redditi nel Paese a “fiscalità privilegiata”, ma i risulti che la società partecipata abbia ricevuto quei redditi da società residenti in Paesi a fiscalità ordinaria. Ma, la tassazione integrale si applica quando la società estera partecipata abbia sede in un Paese a fiscalità ordinaria, ma abbia ricevuto i redditi distribuiti da società partecipate residenti in Paesi a fiscalità privilegiata.

 

Interessi attivi

Gli interessi attivi concorrono a formare il reddito imponibile per l’ammontare maturato nel periodo d’imposta, in accordo con il principio di competenza.

Se la misura del tasso d’interesse non è prevista in un atto scritto, si presume che siano dovuti al tasso legale.

In deroga al principio di competenza, gli interessi di mora sono imponibili quando sono percepiti.

 

Sopravvenienze attive

Le sopravvenienze servono a raccordare il criterio della competenza con quello della cassa. Il criterio della competenza, infatti, può comportare che, successivamente al momento della competenza, il provento non sia effettivamente percepito o il costo non sia effettivamente sostenuto.

La sopravvenienza corregge questo inconveniente.

Trattasi, quindi, di incrementi/diminuzioni di componenti patrimoniali dell’attivo/passivo inattesi.

Ad esempio, nell’anno 1 l’impresa deduce come perdita l’importo di un credito che ritiene di non poter più ragionevolmente riscuotere, causa la crisi finanziaria del debitore. Nell’esercizio 2 questo rientra in bonis e assolve il debito. La perdita dedotta nell’esercizio 1 viene bilanciata dalla sopravvenienza dichiarata nell’esercizio 2.

Sono sopravvenienze attive anche i contributi in conto capitale, ossia quei contributi erogati in via straordinaria da un ente pubblico all’impresa per il rinnovamento o il potenziamento dell’impresa. Si pensi al rinnovo parco automezzi della municipalizzata trasporti.

Nel caso di contributi in conto esercizio, invece, si ha un ricavo.

 

Proventi immobiliari

Gli immobili strumentali all’attività d’impresa, per natura o destinazione (capannone industriale, appartamento destinato ad ufficio amministrativo ecc.) non producono né reddito fondiario né una voce di reddito a sé stante nell’ambito del reddito d’impresa. Tali immobili semplicemente partecipano alle realizzazione del risultato d’impresa e pertanto trovano già manifestazione nei ricavi d’impresa.

Ne deriva che tali proventi non devono essere quantificati per essere soggetti ad imposizione in quanto già incisi dall’imposta nell’ambito dei ricavi d’impresa.

L’unica eccezione è rappresentata dagli immobili non strumentali che fanno parte del patrimonio aziendale. I proventi derivanti da tali immobili saranno stabiliti mediante il metodo catastale, come i redditi fondiari, ed entreranno a far parte dei redditi d’impresa come componente di reddito autonoma rispetto ai ricavi d’impresa.

 

Rimanenze

Le rimanenze servono per tener conto di un ulteriore fenomeno: non è detto che l’impresa rivenda tutti i beni che ha prodotto nel corso dell’esercizio o consumi tutte le relative materie prime. Anche di essi deve tuttavia tenersi conto per la determinazione della ricchezza prodotta nel corso dell’esercizio.

Ad esempio, si consideri una impresa che nel primo anno di attività sostiene costi per produrre determinati beni per 100, e ne vende per un ricavo complessivo di 200. Le rimangono in magazzino beni di quel tipo per un valore (misurato in base al costo di produzione) pari a 10. Il valore della ricchezza prodotta nel corso dell’anno è 110, ossia ricavo (200) più variazione delle rimanenze (in questo caso aumento, 10) meno costi (100).

L’anno successivo l’impresa sostiene nuovamente costi di produzione per 100, ricava 200 e ha rimanenze per 5. Il valore della ricchezza prodotta è 95, ossia Ricavi (200) meno variazione delle rimanenze (in questo caso diminuzione di 5) meno costi.

Se, invece, avesse sostenuto costi per 100, ricavato 200 e rilevato rimanenze beni per un valore di 15, il prodotto sarebbe stato 105.

Come determinare il valore delle rimanenze?

Le rimanenze vanno considerate in gruppi omogenei di beni, ed il loro valore è ottenuto come prodotto tra il costo unitario dei beni e il numero di unità rimaste in magazzino, dove il costo unitario dei beni è determinato come rapporto tra il costo complessivo di produzione e il numero di unità prodotte.

Tale criterio di calcolo, detto del costo medio, non presenta problemi fino a quando le rimanenze aumentano. Si consideri il seguente esempio.

Nell’anno 1 residuano 10 pezzi, il cui costo unitario è stato 1. Le rimanenze valgono 10.

Nell’anno 2 residuano 20 pezzi (dieci in più). Il costo di produzione unitario dell’anno 2 supponiamo sia stato 2, le rimanenze valgono 30, di cui 10 relative alle rimanenze iniziale e 20 (ossia 10 pezzi relativi al secondo anno moltiplicato per 2), relativi al secondo anno. La variazione delle rimanenze sarà 20, ossia 30 meno 10.

Il problema nasce quando le rimanenze non aumentano ma diminuiscono. Ed infatti, poiché i beni merce non vengono contabilizzati individualmente ma per masse, sorge la difficoltà di stabilire quali dei beni di magazzino sono stati ceduti.

Ritornando all’esempio precedente, se sono cedute 10 unità di prodotto, devono considerarsi cedute quelle che valevano 10 o quelle che valevano 20?

Se si considerano cedute le seconde le rimanenze sono diminuite di un maggior valore e, quindi, l’azienda ne trae un evidente beneficio.

A tal riguardo, vi sono diversi criteri contabili applicabili per risolvere tali questioni, i più utilizzati sono tre:

  • FIFO (first in first out) secondo il quale si considerano usciti dal magazzino per primi i beni acquistati o prodotti per primi;
  • LIFO (last in first out) secondo il quale si considerano usciti dal magazzino per primi i beni acquistati o prodotti per ultimi;
  • costo medio ponderato, che consistono nel calcolare un costo unitario ottenuto come media tra i vari costi sostenuti ponderato per le quantità prodotte nei diversi anni.

La convenienza nella scelta dell’uno o dell’altro metodo dipende dall’andamento dei prezzi. Se essi sono crescenti, le rimanenze più recenti hanno un valore superiore, e pertanto conviene il sistema LIFO, che determina una deduzione più alta; viceversa conviene il sistema FIFO.

Dal punto di vista fiscale, il Legislatore non impone un metodo di calcolo del valore delle rimanenze, e pertanto ogni impresa è libera di scegliere il criterio che preferisce.

Inoltre, da un punto di vista civilistico, il magazzino deve essere valutato in base al valore di costo o in base al valore di realizzo, oppure per quello minore.

Dal punto di vista fiscale, quando il valore del magazzino, determinato in base al costo, risulta superiore a quello di mercato dell’ultimo mese dell’esercizio, il contribuente può svalutarlo adottando il “valore normale”.

Ciò comporta l’azzeramento di tutti gli incrementi che si sono formati nel corso dei vari esercizi e la formazione di un nuovo ed unico incremento relativo all’anno in cui si svaluta, con valore totale pari al valore di mercato e “valore unitario” dei singoli beni pari al valore totale diviso per la quantità complessiva.

Ne deriva una sostanziale differenza tra i beni merce e gli altri beni dell’impresa (come i beni strumentali): nel caso dei beni merce in magazzino si attribuisce rilievo fiscale alla svalutazione delle rimanenze dei beni merce.

 

Le rimanenze di partecipazioni e titoli

Tra le rimanenze da valutare vi sono anche i titoli e le partecipazioni che sono assimilate alle merci, e cioè:

  • le partecipazioni non immobilizzate;
  • gli strumenti finanziari similari alle azioni;
  • le obbligazioni;
  • i titoli similari.

Per tali titoli, come per le rimanenze di beni, vale quanto segue:

  1. devono essere raggruppati in categorie omogenee (titoli emessi da una società, distinguendo poi le categorie di azioni);
  2. nel primo esercizio, ogni titolo è valutato dividendo il costo complessivo per le quantità;
  3. nei successivi esercizi, le maggiori quantità sono distinte per periodo di formazione; se le quantità sono diminuite si segue il LIFO;
  4. le rimanenze di un esercizio costituiscono esistenze iniziali dell’esercizio successivo.

Vi è una sola differenza rispetto ai beni merce: la svalutazione ammesse per le merci è permessa anche per le obbligazioni, ma non è permessa né per le partecipazioni, né per gli strumenti finanziari assimilati alle partecipazioni.

In caso di distribuzione di azioni gratuite, le nuove azioni si aggiungono a quelle già possedute e il costo unitario è pari al rapporto tra il costo originario ed il numero di azioni. Se sono fatti versamenti in conto capitale, il loro importo si somma al valore delle azioni possedute.

 

I lavori in corso e le opere di durata pluriennale

I lavori in corso di lavorazione e i servizi in corso di esecuzione includono i proventi derivanti da opere, forniture e servizi pluriennali: la regola generale è che l’imprenditore, alla fine dell’esercizio, rilevi tra le rimanenze i lavori effettuati, determinandone il valore in base ai corrispettivi pattuiti.

Pertanto, mentre il valore dei beni di magazzino viene determinato in base al costo, il valore dei lavori in corso è pari ai corrispettivi pattuiti per le prestazioni eseguite nel corso dell’anno.

Tale diversità è dettata dal fatto che i beni giacenti in magazzino non sono stati venduti e non hanno ancora un compratore, per cui contabilizzare i corrispettivi significherebbe contabilizzare “utili sperati[3] ”. Nel caso delle opere di lunga durata, fatte su ordinazione, invece, il corrispettivo è un utile non soltanto sperato, ma anche economicamente già maturato perché stabilito contrattualmente.

Pertanto, dal punto di vista fiscale, le prestazioni eseguite, valutate in base ai corrispettivi pattuiti, concorrono a formare il reddito come rimanenze finali dell’esercizio in cui sono state eseguite, e come rimanenze iniziali dell’esercizio successivo.

Quando l’opera è conclusa, si ha la liquidazione definitiva dei corrispettivi: ed i corrispettivi definitivamente liquidati faranno parte delle rimanenze finali.

 

 

[1] Nel caso dei beni strumentali, il valore base è dato dal costo del bene al netto dell’ammortamento fiscale fino a quel momento realizzato.

[2] Per beni strumentali o cespiti si intendono quei beni acquistati dall’imprenditore per essere utilizzati per più esercizi nell’attività d’impresa. Esempi sono i macchinari, le attrezzature, i computer ecc.

[3] Il principio di prudenza impone di considerare solo utili realizzati

 

Bibliografia:

F. Tesauro, “Istituzioni di diritto tributario. Vol. 2: Parte speciale”, Roma, Utet, 2012;

G. Marongiu e A. Marcheselli, “Lezioni di diritto tributario”, Torino, Giappichelli Editore, 2013;

C. Orsi, “Manuale pratico del commercialista”, Salerno, Maggioli Editore;

 

DOWNLOAD ARTICOLO IN FORMATO PDF

 

 



Sede principale
ROMA
Via Sicilia, 50  (00187)

 

 

Criminologia Bancaria

"White Collar Crime"

 

    tel +39 06 87768288
  tel +39 06 5500234
                    mail: info@dantonio-consulting.it