Mercoledì, 28 Luglio 2021

Redditi di lavoro autonomo

 

L’art. 53 del TUIR definisce il reddito di lavoro autonomo come quel provento che deriva dallo svolgimento di una attività:

  1. propriamente artistica e professionale, anche in forma associata (associazioni professionali). Lo stesso art. 53 precisa che rientrano tra le attività artistiche e professionali le attività non commerciali, e quindi:
    1. le attività diverse da quelle indicate nell’art. 2195 c.c.[1];
    2. l’attività agricola se svolta nei limiti indicati dall’art. 32 del TUIR.
  2. senza vincolo di dipendenza, altrimenti si avrebbe reddito di lavoro dipendente;
  3. abituale, anche se non esclusiva. Se l’attività è svolta occasionalmente si avrebbe un reddito diverso;
  4. senza una organizzazione in forma imprenditoriale, altrimenti si avrebbe reddito d’impresa.

Dalla definizione di reddito di lavoro autonomo ne discende che tale tipologia di reddito si pone tra il reddito d’impresa, il reddito di lavoro dipendente ed i redditi diversi. In particolare, il reddito di lavoro autonomo si differenzia dal reddito d’impresa per due elementi:

  1. l’oggetto dell’attività. Se l’attività rientra tra quelle elencate dall’art. 2195 c.c. o se si tratta di una attività agricola che non rispetta i limiti previsti dall’art. 32 del TUIR, allora si ha reddito d’impresa e non reddito di lavoro autonomo;
  2. organizzazione. Se vi è una organizzazione stabile allora vi è reddito d’impresa e non reddito di lavoro autonomo.

Al contempo, il reddito di lavoro autonomo si differenzia dal reddito di lavoro dipendente per il tipo di rapporto che vi è con il cliente/datore di lavoro. Se vi è un rapporto di subordinazione allora si ha un reddito di lavoro dipendente e non reddito di lavoro autonomo.

Infine, il reddito di lavoro autonomo si differenzia dai redditi diversi per il carattere dell’abitualità, per cui se l’attività è svolta solo occasionalmente vi è reddito diverso e non reddito di lavoro autonomo.

 

Determinazione del reddito di lavoro autonomo

I redditi di lavoro autonomo sono tassati secondo il principio della cassa e sono pari alla differenza tra le somme effettivamente incassate entro il 31.12.n e le spese effettivamente sostenute nell’anno n.

 

I componenti positivi

Tra le somme incassate vanno considerate:

  • compensi percepiti per lo svolgimento della propria attività;
  • compensi in natura, da quantificarsi secondo le regole del “valore normale” (art. 54, comma 1);
  • redditi professionali prodotti all’estero e incassati da soggetti fiscalmente residenti in Italia;
  • acconti sugli onerari professionali;
  • rimborsi spese addebitati in fattura, salvo che si tratti di spese sostenute in nome e per conto del cliente (spese sostenute per pratiche notarili, versamento di tasse);
  • proventi e indennità conseguite in sostituzione dei redditi professionali;
  • rivalsa del contributo previdenziale alla gestione separata INPS. Risulta, invece, escluso da imposizione e non costituisce un compenso il contributo addebitato obbligatoriamente dal lavoratore autonomo al proprio cliente per rivalsa del contributo integrativo dovuto alla propria Cassa professionale;
  • interessi moratori o per la dilazione di pagamento relativi al reddito di lavoro autonomo. Ma, non confluiscono nel reddito del lavoratore dipendente gli interessi attivi su c/c, soggetti invece a ritenuta a titolo d’imposta;
  • compensi corrisposti sotto forma di partecipazione agli utili (utili da associazione in partecipazione);
  • compensi per collaborazione coordinata continuativa, quando l’oggetto della collaborazione è compreso in quello dell’attività professionale. Ne è un esempio il compenso pagato al dottore commercialista;
  • plusvalenze su beni strumentali diversi dagli immobili e dagli oggetti di antiquariato, d’arte e collezione. In tal caso è imponibile la differenza tra:
    • il prezzo di vendita e il costo non ammortizzato del bene, se il bene è stato venduto;
    • indennità percepita e costo non ammortizzato del bene, in caso di risarcimento per perdita del bene;
    • valore normale e costo non ammortizzato del bene, in caso di consumo personale o destinazione del bene ad un uso extra-professionale;
    • Tali plusvalenze non concorreranno per intero alla formazione del reddito di lavoro autonomo, ma rilevano nella stessa proporzione esistente tra l’ammortamento dedotto e quello esistente. Ad esempio, se un bene è stato ammortizzato con quote costanti per 3 anni su 6 allora la plusvalenze rileverà soltanto per la metà (50%);
  • corrispettivi per la cessione dello studio professionale, della clientela o di altri elementi immateriali attinenti l’attività professionale svolta.

 

I componenti negativi

Costituiscono componenti negativi deducibili dal reddito professionale tutte le spese inerenti all’attività professionale svolta, purché debitamente documentate. A tal riguardo, il Ministero ha precisato che non essendovi, ai fini delle imposte sui redditi, obblighi documentali predefiniti, come invece avviene per l’IVA, per consentire la deducibilità delle spese sono ammesse e valide tutte le tipologie di documento che individuano, in maniera univoca, il soggetto che ha sostenuto il costo. Pertanto, è ritenuto valido anche l’estratto della carta di credito in cui nella descrizione è indicato il tipo di spesa sostenuta.

Tra i componenti negativi vanno considerate altresì:

  • le minusvalenze conseguite rilevano secondo i medesimi criteri previsti per le plusvalenze, ma non possono essere fatte valere se realizzate per l’autoconsumo del bene;
  • le spese processuali sostenute per ottenere il pagamento delle parcelle.

Tutti i costi sopra elencati sono deducibili interamente e con riferimento al periodo d’imposta nel quale vengono sostenuti secondo il principio della cassa.

Vi sono, poi, tutta una serie di costi di natura pluriennale per i quali non viene applicato il principio della cassa ma quello della competenza, ed anche una serie di costi non deducibili interamente o deducibili solo parzialmente.

Con riguardo ai costi di natura pluriennale per i quali viene applicato il principio della competenza, il costo dei beni mobili e dei beni immateriali strumentali (pc, software, arredamento) è deducibile mediante quote annuali di ammortamento con applicazione degli stessi coefficienti previsti per l’ammortamento ordinario dei beni dell’impresa.

Per i beni strumentali il cui costo non supera € 516,46, in alternativa all’ammortamento, si può optare per la deduzione integrale nell’anno di acquisto.

Per il leasing dei beni mobili strumentali, i canoni sono ammessi in deduzione nell’anno in cui maturano per un periodo non inferiore alla metà del periodo di ammortamento del bene.

Allo stesso modo, l’indennità TFR dovute ai dipendenti sono deducibili anno per anno, in base alla quota maturata in ciascun periodo d’imposta.

Con riguardo ai costi non deducibili, i costi di acquisto degli immobili non sono deducibili, mentre sono deducibili nella misura del 50% i canoni di locazione/rendita catastale qualora si tratti di un immobile adibito promiscuamente all’esercizio della professione e ad abitazione del professionista ed il lavoratore autonomo non disponga, nello stesso Comune, di altro fabbricato adibito esclusivamente all’esercizio dell’attività.

Ed ancora, non sono deducibili i compensi pagati al coniuge, ai figlio o agli associati.

Con riguardo ai costi deducibili solo parzialmente, si rileva che:

  • gli ammortamenti e le spese relative all’auto utilizzata nell’esercizio della professione sono deducibili per il 40% (per un importo non superiore a 18.075,99 euro);
  • le spese relative agli impianti di telefonia fissa e mobile sono deducibili per l’80%;
  • le spese per alberghi e ristoranti sono deducibili nel limite del 76% entro il limite complessivo annuo del 2% dei compensi percepiti;
  • le spese di rappresentanza sono deducibili nel limite dell’1% dei compensi percepiti;
  • le spese di partecipazione a convegni, congressi e simili o corsi di aggiornamento professionale, incluse quelle di viaggio e soggiorno, sono deducibili nella misura del 50%;
  • l’IMU pagata sugli immobili strumentali è deducibile solo per il 20%. Tale disposizione, però, non si applica per gli immobili ad uso promiscuo.

 

Regimi sostitutivi

Sono applicabili ai lavoratori autonomi alcuni regimi forfettari/agevolativi di determinazione del reddito, e segnatamente:

  1. il regime fiscale delle imprese minori;
  2. il regime fiscale delle nuove iniziative imprenditoriali;
  3. il regime fiscale dei contribuenti minimi.

 

Redditi equiparati al reddito di lavoro autonomo

Sono equiparati al reddito di lavoro autonomo:

  1. i proventi che derivano dallo sfruttamento dei diritti d’autore. In tal caso, dall’ammontare lordo dei diritti d’autore percepiti si sottrae il 25% dei proventi a titolo di spese di produzione. Pertanto, per tali proventi la base imponibile è pari al 75% dell’importo percepito. La base imponibile, però, diviene del 60% se il percipiente ha meno di 35 anni;
  2. utili derivanti da associazione in partecipazione quando l’apporto sia costituito esclusivamente da prestazioni di lavoro. In tal caso la base imponibile è costituita dal 100% del provento percepito, e pertanto non sono ammesse deduzioni di alcun tipo, neanche per l’utilizzo di collaboratori da parte dell’associato;
  3. gli utili spettanti ai promotori e ai soci fondatori di società di capitali. La base imponibile è pari al 100% del provento percepito;
  4. indennità di cessazione dei rapporti di agenzia. Anche in tal caso la base imponibile è pari al 100% del provento percepito;
  5. redditi dei segretari comunali per l’attività di levata protesti[2]. La base imponibile è pari all’85% del provento conseguito.

 

 

[1] Art. 2195 c.c.

Sono soggetti all'obbligo dell' iscrizione nel registro delle imprese gli imprenditori che esercitano:

  1. un'attività industriale diretta alla produzione di beni o di servizi;
  2. un'attività intermediaria nella circolazione dei beni;
  3. un'attività di trasporto per terra, o per acqua o per aria;
  4. un' attività bancaria o assicurativa ;
  5. altre attività ausiliarie delle precedenti.

Le disposizioni della legge che fanno riferimento alle attività e alle imprese commerciali si applicano, se non risulta diversamente, a tutte le attività indicate in questo articolo e alle imprese che le esercitano”.

[2] Sono detti ufficiali levatori i pubblici ufficiali abilitati a redigere il protesto. Ai sensi dell'art. 1 della legge 12 giugno 1973, n. 349 sono ufficiali levatori:

  • l'ufficiale giudiziario competente per territorio;
  • il notaio;
  • il segretario comunale, nei comuni che non sono sedi di notaio o ufficiale giudiziario, nonché, secondo la giurisprudenza, tutte le volte che costoro sono indisponibili per legittimo impedimento o assenza.

Quindi, il creditore consegna il titolo all'ufficiale levatore, che si reca presso il domicilio del debitore per chiederne il pagamento o l'accettazione; a fronte del rifiuto, l'ufficiale procede alla redazione del protesto, rendendo in questo modo esecutivo il titolo. Nella pratica, per svolgere dette operazioni - esclusa, comunque, la redazione dell'atto - l'ufficiale giudiziario e il notaio sono autorizzati a servirsi di ausiliari (i cosiddetti presentatori), in possesso di determinati requisiti, nominati su loro designazione dal presidente della corte di appello, così come il segretario comunale può servirsi del messo comunale.

 

BIBLIOGRAFIA:

F. Tesauro, “Istituzioni di diritto tributario. Vol. 2: Parte speciale”, Roma, Utet, 2012;

G. Marongiu e A. Marcheselli, “Lezioni di diritto tributario”, Torino, Giappichelli Editore, 2013;

C. Orsi, “Manuale pratico del commercialista”, Salerno, Maggioli Editore;

 

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