Mercoledì, 28 Luglio 2021

L’azienda

L’art. 2555 stabilisce che “l'azienda è il complesso dei beni organizzati dall'imprenditore per l'esercizio dell'impresa”.

Quindi, affinché si possa parlare di impresa è necessario che ricorrano due elementi:

  1. l’esistenza di un complesso di beni;
  2. una organizzazione di tali beni funzionale all’attività d’impresa.

 

Quali beni rientrano nell’accezione di azienda?

L’azienda costituisce l’insieme dei beni materiali e immateriali (macchinari, terreni, stabilimenti, materie prime, marchi, diritti d’autore) di cui si serve l’imprenditore per lo svolgimento della sua attività. Per qualificare un bene come aziendale ha rilievo solo la destinazione impressagli dall’imprenditore e non il titolo giuridico (proprietà, leasing, affitto ecc.) che legittima l’imprenditore ad utilizzare il suddetto bene: non possono essere considerati beni aziendali l’abitazione dell’imprenditore mentre lo sono i macchinari presi a leasing o i capannoni affittati.

Il dibattito in dottrina è se i rapporti giuridici inerenti l’attività d’impresa - come i contratti, i crediti e i debiti - possano essere considerati beni aziendali. La teoria secondo cui anche i rapporti giuridici vadano considerati tra i beni aziendali è stata sostenuta dal Messineo e talvolta anche dalla giurisprudenza [1]. Un ulteriore sostegno alla suddetta teoria sembra provenire dall’art. 2560 c.c. il quale prescrive che l'acquirente dell'azienda risponde in solido con l'alienante di determinati debiti, sancendo così il trasferimento in capo all’acquirente anche di tali rapporti giuridici.

In realtà, l’orientamento prevalente della giurisprudenza è proprio quello opposto, che esclude i rapporti giuridici dal complesso dei beni che vanno a costituire l’azienda. Con riferimento all’art. 2560 c.c. i sostenitori di tale ultima teoria ritengono che tale articolo del codice civile sancisca solo la responsabilità dell’acquirente nei confronti dei debitori e non il trasferimento in capo all’acquirente della posizione debitoria del precedente titolare dell’azienda.

 

Quando il complesso dei beni acquista la qualifica di azienda

Alcuni autori si sono domandati se la semplice redazione di un business-plan possa essere già considerata attività sufficiente ad individuare un'azienda. A tal riguardo, l’orientamento della giurisprudenza è che affinché si possa parlare di azienda vi debba essere sempre un complesso di beni sufficienti a garantire l'esercizio dell’attività d’impresa in un determinato ambito concreto di clientela, fornitori ecc..

Ne deriva che affinché possa parlarsi di azienda vi deve essere un complesso di beni che siano sufficienti a raggiungere il suddetto scopo, alcuni beni possono anche mancare, purché ci sia un minimo tale da far pensare che l'apporto dei beni mancanti costituisca l’integrazione del complesso, e non la creazione ex novo del medesimo.

 

L’organizzazione dei beni

L’elemento caratterizzante l’azienda è l’organizzazione; si è, cioè, in presenza di un’azienda qualora i beni di cui l’imprenditore dispone siano organizzati.

Attraverso l’elemento dell’organizzazione, l’imprenditore è in grado di rendere una pluralità di beni, tra di loro eterogenei, idonei ad essere utilizzati in modo unitario. Da un punto di vista economico, l’organizzazione fa si che il complesso aziendale abbia un valore di scambio superiore alla somma dei valori dei singoli beni che lo costituiscono, generando così una ulteriore componente di valore dell’impresa, detta avviamento. Tale maggior valore si manifesta nella capacità dell’impresa di produrre profitti[2] che, a sua volta, dipende dalla abilità della stessa di attrarre clienti. Quanto detto finora evidenzia che:

  • l’avviamento non sempre è presente all’interno dell’impresa, in quanto non tutte le imprese sono in grado di attrarre una clientela. In tal caso l’azienda potrebbe addirittura avere un valore economico inferiore rispetto alla somma dei valori dei beni che la costituiscono;
  • l’avviamento non dipende dal reddito corrente ma dalle prospettive economiche-finanziarie future dell’impresa. Ne deriva che una impresa con un reddito molto elevato non è detto che abbia un elevato avviamento e viceversa.

Inoltre, l’avviamento può essere distinto in due componenti:

  • oggettivo, ricollegabile a fattori dell’azienda (la capacità di un impianto di produrre a costi inferiori). Si tratta, quindi, di quella quota della clientela attratta dalle caratteristiche dell’azienda;
  • soggettivo, ricollegabile alle abilità operative dell’imprenditore sul mercato (capacità di individuare quelle aree di mercato insoddisfatte). Si tratta, quindi, di quella quota della clientela attratta dalle capacità dell’imprenditore.

 

La natura giuridica dell’azienda

L’individuazione della natura giuridica dell’azienda si ricollega al dibattito, ancora presente in dottrina, sulla normativa da applicare in caso, ad esempio, di cessione, donazione, conferimento, usucapione dell’azienda.

In generale è possibile distinguere due gruppi di teorie:

  1. teorie universalistiche. I sostenitori di tali teorie ritengono che l’azienda costituisca un bene autonomo, distinto dai singoli beni che la costituiscono e su cui l'imprenditore, il titolare dell'azienda, vanterebbe un diritto, normalmente qualificato come proprietà, distinto dai diritti che lo stesso vanta sui singoli beni dell'azienda;
  2. teorie atomistiche. I sostenitori di tali teorie ritengono che l’azienda non costituisca un bene autonomo, ma sia descrivibile solo come un complesso di beni. Il titolare dell'azienda dunque non vanterebbe nient'altro se non i singoli diritti sui diversi beni dell'azienda.

 

Teorie universalistiche

Per quanto riguarda le teorie universalistiche, tra le teorie universalistiche le più rilevanti sono le seguenti.

Impresa come entità patrimoniale autonoma

Tale teoria, sostenuta soprattutto dal Greco, sostiene che in certi momenti della vita dell’azienda, come la vendita o la donazione della stessa, questa assurga ad entità patrimoniale per poi perdere tale carattere subito dopo. Tale teoria, però, non permette di risolvere il problema di fondo iniziale, in quanto non individua un preciso istituto giuridico[3] da applicare nelle citate fattispecie.

Impresa come universalità di fatto (beni mobili)

L’art. 816 c.c. (universalità di beni mobili) stabilisce che “è considerata universalità di mobili la pluralità di cose che appartengono alla stessa persona e hanno una destinazione unitaria[4]”. Inoltre, il suddetto articolo, al comma 2, aggiunge: “le singole cose componenti l'universalità possono formare oggetto di separati atti e rapporti giuridici[5]”. Tale teoria suggerisce così di applicare all’azienda la disciplina dell’universalità dei beni mobili che, notoriamente, è diversa da quella delle cose semplici[6].

Le critiche che vengono mosse a tale teoria sono prevalentemente due:

  • all’interno dell’impresa è possibile individuare, in genere, diversi beni che hanno natura immobile (si pensi agli stabilimenti) e non mobile;
  • non tutti i beni utilizzati all’interno dell’azienda, di norma, appartengono alla stessa persona, ossia all’imprenditore. Ed infatti, vi sono beni che vengono presi in leasing o affittati;
Impresa come universalità di fatto (diversa da quella di beni mobili)

Tale teoria prende le mosse dall’art. 670 del c.p.c. (sequestro giudiziario) il quale fa specifico riferimento alle “altre universalità”. In realtà all’interno del c.c. non è presente una specifica disciplina per questo altro tipo di universalità e, quindi, come nel caso della prima teoria, non è possibile risolvere il problema di fondo iniziale.

Impresa come universalità di diritto

Chi qualifica l'azienda come universalità di diritto tende a ricomprendere nel concetto di azienda non solo i beni materiali che la costituiscono ma, altresì, tutti i rapporti giuridici che fanno capo all'attività di impresa, ad esempio i contratti, i crediti e i debiti[7]. Anche in tal caso non è possibile risolvere il problema di fondo iniziale, in quanto non esistono degli specifici istituti giuridici che regolamentano tale tipo di beni.

Impresa come bene immateriale

L’ideatore di tale teoria, il Ferrara, ritiene che l’azienda non sia un complesso di beni organizzati ma una organizzazione[8] di beni. Quest’ultima rappresenta un bene immateriale su cui l’imprenditore vanta un diritto assoluto[9] e distinto rispetto ai singoli beni organizzati. Il supporto legislativo a questa impostazione è dato dall’art. 2561 c.c. (“L'usufruttuario dell'azienda deve esercitarla sotto la ditta che la contraddistingue. Egli deve gestire l'azienda senza modificarne la destinazione e in modo da conservare l'efficienza dell'organizzazione e degli impianti e le normali dotazioni di scorte”) che impone all’usufruttuario il dovere principale di conservare l’efficienza dell’organizzazione, che sarebbe quindi il vero oggetto della disciplina legislativa.

Le critiche che vengono mosse a questa teoria sono 2:

  1. l’organizzazione non può prescindere dai beni aziendali e, di conseguenza, non può essere oggetto di un distinto diritto. Se effettivamente l’organizzazione fosse in grado di assurgere a bene autonomo immateriale, allora vorrebbe dire che essa sarebbe trasferibile autonomamente senza trasferire i beni aziendali, ossia significherebbe che essa potrebbe essere oggetto di un distinto diritto di proprietà rispetto a quello vantato sui singoli beni aziendali. Ciò, in realtà, non sembra possibile. Si pensi a una impresa che vende tutti i beni che vanno a costituire il complesso aziendale, ciò che rimarrebbe dovrebbe essere l’organizzazione che, però, a questo punto sarebbe un nulla. Il medesimo discorso vale per l’istituto dell’usucapione, se l’imprenditore ha usucapito l'azienda come tale, ma non ha usucapito alcuno dei beni del complesso aziendale, sarà soggetto per ciascuno di essi a rivendicazione da parte del legittimo proprietario. Una volta privato di ciascuno dei beni del complesso aziendale, rivendicati dai legittimi proprietari, quel che rimane al soggetto è l'azienda/organizzazione, cioè niente;
  2. non è previsto nel nostro ordinamento una norma che tutela l’organizzazione mentre esistono diverse norme che tutelano i beni immateriali. Al titolare di questo bene immateriale, quindi, non verrebbe data la medesima tutela che viene assicurata invece al titolare degli altri beni immateriali, cioè quel diritto all'esclusivo uso del bene.

Teorie atomistiche

Per quanto riguarda le teorie atomistiche, esse concepiscono l’azienda come “una semplice pluralità di beni, collegati alla persona dell’imprenditore in forza di diritti eventualmente diversi (proprietà, diritti reali limitati, diritti personali di godimento) e tra loro in fatto coordinati per l’esercizio dell’attività d’impresa”. Sostenitori di tale teoria ritengono, pertanto, che il complesso aziendale non costituisca un bene autonomo né, di conseguenza, che sia configurabile alcun diritto sullo stesso distinto da quelli che l’imprenditore ha su ciascuno dei beni che ne fanno parte. L’argomento principale sul quale si fonda tale teoria è l’assenza di una norma che regola la circolazione dell’azienda nella sua totalità, sicché i sostenitori della teoria atomistica ritengono di non poter considerare il complesso dei beni costituenti l’azienda come un bene autonomo. Infatti, il codice civile all’art. 2556 c.c., per tali contratti si limita a prevedere:

  • forma scritta ad probationem per la vendita o il godimento dell'azienda;
  • forma prevista per il trasferimento di singoli beni: se tra i beni che compongono l'azienda ve ne sono alcuni che richiedono per il loro trasferimento particolari forme, cioè l'atto pubblico o la scrittura privata, queste forme dovranno essere osservate per il trasferimento dell'azienda;
  • forma prevista dalla natura del contratto: se il tipo contratto di cessione di azienda prevede particolari forme, tali forme dovranno essere osservate per la cessione. Ad es. se l'azienda è donata, allora sarà necessario l'atto pubblico.

Quindi, il trasferimento dei beni che fanno parte del complesso aziendale deve avvenire secondo quanto previsto, in via generale, dalla legge per il trasferimento di ciascuno di essi. Proprio tale considerazione giustifica l’interpretazione atomistica dell’impresa.

Il dibattito tra le teorie universalistiche e atomistiche tutt’oggi non è risolto. Da un lato, diverse sentenze della Corte di Cassazione fanno esplicito riferimento all’azienda come universalità di diritto[10] o di fatto[11], dall’altro lato, il legislatore si è limitato a regolamentare soltanto alcuni momenti della vita dell’azienda (come il trasferimento, l’affitto e l’usufrutto) per poi rifarsi alla normativa che regola i singoli beni costituenti l’azienda per gli altri rapporti giuridici, accettando così in maniera implicita la teoria atomistica.

 

 

[1] Cass., Sez. II, 11 agosto 1990, n. 8219: “l’azienda si configura come una universitas iuris comprendente cose materiali, mobili e immobili, beni immateriali, rapporti di lavoro, debiti e crediti con la clientela e in genere tutti gli elementi organizzati in senso funzionale per l’esercizio di un’impresa”.

[2] Proprietà che i beni aziendali hanno solo quando organizzati in vista dello svolgimento di una attività aziendale e non quando vengono considerati separatamente: per questo l’avviamento è definito come la capacità dell’impresa di produrre profitti.

[3] Nel diritto con il termine istituto giuridico si indica il complesso di norme che regolano la medesima fattispecie. Tra gli innumerevoli esempi di istituto giuridico si possono citare la famiglia, la proprietà, il matrimonio, la responsabilità civile, l'espropriazione per pubblica utilità ecc.

[4] Si pensi a un gregge o a una biblioteca.

[5] Ne deriva che chi detiene la proprietà su una biblioteca può anche decidere di vendere solo alcuni libri.

[6] Le universalità di mobili costituiscono una nuova entità, dal punto di vista economico-sociale, infatti essa nel suo insieme ha un valore economico maggiore rispetto alla somma dei valori di ciascun bene isolatamente considerato (es. collezione fumetti).

Esse si distinguono da:

  • cose composte: perché mancano di quella coesione fisica tra loro tipica dalle pertinenze;
  • cose singole (che compongono l’universalità): che non perdono la loro autonomia, per effetto dell’unitarietà della destinazione, e quindi possono essere oggetto di separati atti e rapporti giuridici;
  • le pertinenze: perché non esiste rapporto di subordinazione tra un bene e l'altro.

L’ordinamento giuridico stabilisce per l’universalità un regime proprio e diverso da quello che disciplina le singole cose. Ad esempio, per le universalità di beni mobili il possesso può essere tutelato con l’azione di manutenzione che non è valida per i beni mobili singolarmente, o ancora, per le universalità di mobili non vale la regola " il possesso vale titolo " nel senso che non si acquista la proprietà con la semplice trasmissione possesso, cosa accade invece per i beni mobili anche l'ipotesi in cui il possesso sia stato trasmesso da chi non è proprietario, ma sarà necessario che il possesso duri per dieci anni.

[7] Dalle teorie che qualificano l’azienda come una universalità di diritto si distinguono quelle che la qualificano come una universalità di fatto, come la teoria di cui al punto b, dove si tende a ricomprendere nell'azienda esclusivamente le cose, i beni in senso stretto

[8] Dove per organizzazione si intende l’insieme dei collegamenti e tessuti funzionali” posti fra gli elementi organizzati.

[9] I diritti assoluti si caratterizzano per fatto che possono essere fatti valere nei confronti di tutti. Per la loro realizzazione non è necessaria la collaborazione di altri soggetti. Tipico diritto assoluto è il diritto di proprietà; il proprietario, infatti, per realizzare il suo diritto non ha bisogno dell'aiuto di altre persone che devono limitarsi solo non turbarlo nel suo godimento. Da una parte abbiamo il diritto; dall'altra (cioè dal lato passivo) abbiamo un generico "dovere di astensione " a carico di tutti gli altri consociati. Tipici diritti assoluti sono i diritti reali (come la proprietà) ed i diritti della personalità.

[10] Cass., Sez. II, 11 agosto 1990, n. 8219: “l’azienda si configura come una universitas iuris comprendente cose materiali, mobili e immobili, beni immateriali, rapporti di lavoro, debiti e crediti con la clientela e in genere tutti gli elementi organizzati in senso funzionale per l’esercizio di un’impresa”.

[11] Cass., Sez. lav., 8 aprile 1992, n. 4274 : “(…) le variazioni intervenute nella soggettività e struttura giuridica delle imprese [che ne sono state titolari,] è rimasta sostanzialmente immutata quale universitas rerum costituita da un complesso di beni e servizi (capitale, fisso e circolante, e lavoro) unificato dall’unitaria destinazione produttiva (azienda in senso oggettivo)”.

 

BIBLIOGRAFIA

G. Campobasso, “Manuale di diritto commerciale”, Roma, Utet, 2012;

A. Gambino, Daniele U. Santosuosso “Fondamenti di diritto commerciale vol.1”, Torino, Giappichelli Editore, 2007;

M. Casanova in Digesto delle Discipline Privatistiche, Sezione Commerciale, UTET.

 

 

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