Venerdì, 18 Giugno 2021

Imprenditore

È imprenditore chi esercita professionalmente un'attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi” (art. 2082 c.c.)".

In questa definizione rientrano:

  • gli imprenditori agricoli;
  • gli imprenditori commerciali;
  • i piccoli imprenditori.

Il motivo di tale distinzione va ricercato nel fatto che il c.c. affianca ad una disciplina generale sull’imprenditore (come, ad es. le norme sui segni distintivi, sull'azienda e gli altri casi dove il codice parla d'imprenditore senza ulteriori specificazioni), una disciplina specifica per ognuno dei suddetti tipi di imprenditore e che va ad integrare quella generale (come, ad esempio, le regole relative alle tenuta delle scritture contabili, registrazione etc. ).

In particolare,

le imprese agricole:

  • non possono essere sottoposte al fallimento (art. 2221 c.c.);
  • non hanno obbligo di tenuta delle scritture contabili (art. 2214 c.c.);
  • non devono iscriversi nella sezione ordinaria del registro delle imprese (art. 2136 c.c.). 

il piccolo imprenditore:

  • pur potendo svolgere attività commerciale, non può essere sottoposto al fallimento (art. 2221 c.c.);
  • non ha obbligo di tenuta delle scritture contabili (art. 2214 c.c.);
  • non deve iscriversi nella sezione ordinaria del registro delle imprese (art.2202 c.c.).

l’imprenditore commerciale:

  • può fallire (art. 2221 c.c.);
  • deve tenere le scritture contabili (art. 2214 c.c.);
  • deve iscriversi nel registro delle imprese, sezione ordinaria (art. 2195 c.c.)

Fatta questa indispensabile premessa, torniamo alla figura dell'imprenditore in generale e, cioè, all'art. 2082 c.c.: È imprenditore chi esercita professionalmente un'attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi”.

Andiamo ad analizzare la suddetta definizione.

 

È imprenditore chi esercita professionalmente un'attività ….

Ma che si intende per attività? Per attività si intende una serie di atti coordinati tra di loro per il raggiungimento di un obiettivo.

 

L’attività svolta deve essere “economica

Ciò significa che l’attività deve essere svolta con modalità che consentano, almeno potenzialmente, nel medio periodo, la copertura dei costi con i ricavi.

Così non è configurabile come imprenditoriale quell’attività di volontariato che eroghi dei servizi o dei beni senza la produzione di ricavi potenzialmente atti a coprire i costi.

Ma, si aggiunge, per essere economica l’attività non deve avere necessariamente come fine il lucro.

 

L’attività economica deve essere “organizzata

L’organizzazione indica la coordinazione tra il capitale ed il lavoro svolto dall'imprenditore per la sua attività.

Ma, ciò non vuol dire che questa coordinazione debba necessariamente riguardare il lavoro altrui: è imprenditore, infatti, anche chi manovra da solo i macchinari, o il gioielliere che si occupa da solo del suo negozio.

 

L’attività economica deve essere altresì svolta “professionalmente”

Per esser configurata come professionale una attività deve presentare due caratteristiche:

  • l'abitualità, ossia l'attività è professionale se è svolta con abitualità e non occasionalmente. Ciò, però, non significa che non possa essere configurata come professionale un'attività:
    • non continua nel tempo. È imprenditore anche chi esercita un'attività stagionale, come un'attività alberghiera;
    • non prevalente o esclusiva all'interno dell'azienda. Anche chi esercita saltuariamente un'attività economico produttiva, mentre la prevalente attività ha caratteri diversi, come l'attività di impiego privato/pubblico, acquista la qualità di imprenditore;
  • destinata ai terzi e al mercato. Non è quindi attività professionale l’attività svolta per conto proprio e non per i terzi.

Sulla base di quanto detto finora ne deriviamo 2 diverse conclusioni:

  1. l'art. 2082 c.c. non menziona tra gli elementi essenziali dell'impresa lo scopo di lucro. Ciò ha spinto la dottrina ad interrogarsi sulla necessità della presenza dello scopo di lucro per aversi una impresa. Questione risolta dal legislatore attraverso l'istituzione della "impresa sociale", intesa come ente economico senza scopo di lucro;
  2. l'art. 2082 non menziona tra gli elementi essenziali dell'impresa la legittimità. Così acquisisce la qualità di imprenditore anche chi gestisce un casinò non autorizzato o chi vende merci di contrabbando. La ratio di tale disposizione va ricercata nella necessità di tutelare i terzi che entrano in contatto con l’imprenditore. Se quest’ultimo fallisse, avendo acquisito la qualità di imprenditore, non potrebbe sottrarsi alle procedure fallimentari o, in generale, non potrebbe sottrarsi alla disciplina dell’impresa riguardante la tutela dei terzi.

 

Acquisto e Perdita della qualità di imprenditore

La qualità d'imprenditore si acquista con lo svolgimento effettivo dell'attività, non essendo elemento sufficiente l'iscrizione nel registro delle imprese, e si perde con la cessazione dell'attività d'impresa.

Con riguardo all’inizio dell’attività d’impresa, l'art. 2082 c.c., pur essendo chiaro sul fatto che per divenire imprenditore è necessario "esercitare" l'attività d'impresa, nulla dice sul momento in cui si inizia ad esercitare questa attività.

A tal riguardo possiamo distinguere 2 ipotesi:

  • il caso in cui si è precostruita un'organizzazione idonea all’attività. Si pensi al caso in vi sia stato l'acquisto di un capannone industriale completo di macchinari. In questo caso l'attività inizierà con il primo atto produttivo, e ciò perché tutto quello che ha realizzato l'imprenditore per compiere anche questo solo atto iniziale è espressione del requisito della professionalità;
  • il caso in cui non si è precostruita un'organizzazione idonea alla attività. In questo caso l'attività d'impresa non comincia con il compimento del primo atto di esercizio, ma dal compimento di un'attività di tal natura da far oggettivamente ritenere che questa sia divenuta abituale, che abbia, in altre parole, acquisito la caratteristica della  professionalità.

Con riguardo alla cessazione dell’attività d’impresa, l'impresa cessa, invece, quando non esiste più l'organizzazione aziendale, ossia quando il complesso aziendale sia stato liquidato.

Con la chiusura della liquidazione può dirsi cessata l'attività d'impresa e, da quel momento, decorrerà l'anno di tempo per far dichiarare il fallimento dell'imprenditore commerciale ex art. 10 l.f. (legge fallimentare).

A tal riguardo, la Corte Costituzionale nel 2000, aveva affermato il principio secondo il quale per le società  l'anno necessario per la dichiarazione di fallimento - ex art. 10 l.f. - decorre dalla cancellazione delle stesse dal registro delle imprese, fissando, quindi, a quel momento la fine della attività sociale – e non al momento della liquidazione.

In attuazione di detto principio, il nuovo articolo 10 della legge fallimentare, ha stabilito che il termine di un anno per la dichiarazione di fallimento decorre, sia per le imprese che per le società, dalla data di cancellazione dal registro delle imprese, se l'insolvenza si è manifestata antecedentemente alla cancellazione o nell'anno successivo a questa.

 

Capacità all’esercizio dell’impresa

Come è noto, il nostro ordinamento conosce due categorie di incapaci:

    • minori ed interdetti, incapaci assoluti rappresentati rispettivamente dai genitori e dal tutore;
    • minori emancipati ed inabilitati, incapaci relativi, assistiti dal curatore.

Entrambe queste categorie di incapaci, di regola, non possono iniziare l'attività imprenditoriale. Ma, può accadere che ricevano un'impresa, oppure che lo stato d'incapacità si sia manifestato quando già il soggetto svolgeva l'attività imprenditoriale o, infine, può verificarsi che il minore emancipato abbia raggiunto una sufficiente maturità.  Che fare in questi casi? Distinguiamo in proposito tre ipotesi che operano in deroga alla disciplina generale, ma solo per le imprese commerciali. In particolare:

  • il minore emancipato può essere autorizzato ad iniziare o continuare un'impresa senza l'assistenza del curatore, ma è necessario:
    1. sentire il curatore;
    2. parere del giudice tutelare;
    3. autorizzazione del tribunale - l'autorizzazione può essere sempre revocata dal tribunale;
  • se il minore riceve l'impresa commerciale, questa può essere continuata dal rappresentante legale con:
    1. parere giudice tutelare;
    2. autorizzazione del tribunale.
    3. la disciplina che riguarda il minore si applica anche nei confronti dell'interdetto, anche quando debba continuare l'impresa.
  • l’inabilitato che riceve l'impresa, o che già la gestiva prima dell'incapacità, può svolgere/continuare l’attività d’impresa con:
    1. il parere del giudice tutelare;
    2. l’autorizzazione del tribunale. L'autorizzazione può essere subordinata alla nomina di un institore.

Dalle situazioni di incapacità distinguiamo quelle di incompatibilità. Ne deriva che un soggetto appartenente alle suddette categorie può acquisire la qualità di imprenditore, ma andrà incontro a delle sanzioni amministrative. La ratio di tale disposizione è ancora quella di tutelare i terzi: in caso di fallimento, avendo acquisito la qualità di imprenditori, tali soggetti non potranno sottrarsi alle procedure fallimentari o, in generale, non potreanno sottrarsi alla disciplina dell’impresa riguardante la tutela dei terzi.

A tal riguardo, è precluso l’esercizio di imprese commerciali a coloro che esercitano particolari professioni o ricoprono determinati uffici (come gli impiegati dello Stato o i notai): questi soggetti, non sono incapaci di acquisire la qualità di imprenditore, ma sono incompatibili con tale “carica”.

Tutti i provvedimenti di autorizzazione e revoca devono essere inscritti nel registro delle imprese.

 

BIBLIOGRAFIA

G. Campobasso, “Manuale di diritto commerciale”, Roma, Utet, 2012;

A. Gambino, Daniele U. Santosuosso “Fondamenti di diritto commerciale vol.1”, Torino, Giappichelli Editore, 2007;

 

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