Venerdì, 18 Giugno 2021

Redditi di capitale

 

Il TUIR non definisce che cosa si intenda per redditi di capitale, ma elenca tutti i possibili proventi che rientrano in tale accezione di reddito.

In generale, i redditi di capitale possono definirsi come la ricchezza che si trae dall’investimento di denaro.

I redditi di capitale possono essere distinti in due categorie:

  1. dividendi, ossia i proventi derivanti dalla partecipazione al capitale o al patrimonio di società o enti soggetti a IRES;
  2. interessi, ossia i proventi derivanti dalla concessione di un prestito sotto forma di mutuo o altre forme.

Accanto a tali due categorie di redditi di capitale vi sono tutta una serie di redditi espressamente configurati come redditi da capitale dall’art. 44 del TUIR.

Diversamente, non sono redditi di capitale:

  1. le plusvalenze, capital gain, che derivano dalla cessione di azioni o di obbligazioni. Tali redditi appartengono alla categoria dei redditi diversi;
  2. gli interessi non derivanti dall’impiego di capitale, come gli interessi che risarciscono un danno o quelli riconosciuti in seguito ad una dilazione di pagamento. Tali redditi costituiscono redditi della stessa categoria dei crediti su cui maturano, e quindi redditi di lavoro e redditi d’impresa.

 

a.    I dividendi

I dividendi sono i proventi derivanti dalla partecipazione al capitale o al patrimonio di società o enti soggetti a IRES.

Per differenza, non sono dividendi i proventi che derivano dalla partecipazione a società di persone. In tal caso gli utili sono configurabili come redditi di partecipazione, assimilati ai redditi d’impresa e non ai redditi di capitale.

 

La doppia imposizione dei redditi societari

Uno dei problemi dei moderni sistemi tributari è quello di mantenere neutralità ed equità di trattamento tra attività economiche svolte in forma societaria e quelle svolte in forma individuale.

Si supponga che i redditi prodotti dalle società siano assoggettati ad imposta sul reddito delle società con aliquota fissa del 20%, e che i redditi percepiti dalle persone fisiche siano assoggettati ad imposta sul reddito delle persone fisiche secondo i seguenti scaglioni:

  • Scaglione 0-100 = 10%;
  • Scaglione 101-200 = 20%;
  • Scaglione 201 in poi = 30%.

Se l’imprenditore sceglie la forma dell’impresa individuale e realizza un utile di 400, l’imposta sarà pari a 90 (10% di 100 + 20% di 100 + 30% di 200).

Se l’imprenditore costituisce una società per lo svolgimento della medesima attività, l’imposta sul reddito della società sarebbe pari a 80 (20% di 400), e quindi l’utile ammonterebbe a 320 (400 – 80). Nel momento in cui l’utile viene percepito, il socio pagherà altresì l’imposta IRPEF di 66 (10% di 100 + 20% di 100 + 30% di 120).

L’imposta totale pagata sarebbe pari a 146 (80 + 66), di gran lunga superiore all’imposta che il soggetto avrebbe pagato se avesse svolto l’impresa in forma individuale.

In assenza di correttivi l’imposizione discriminerebbe la scelta del contribuente di costituire una società.

Per evitare tali problemi il Legislatore ha previsto nel tempo diversi correttivi.

Primo correttivo: postergare la tassazione dei dividendi al momento in cui vengono distribuiti

La prima soluzione è stata quella di non prevedere alcuna tassazione, in capo ai soci, nel momento in cui i redditi vengono prodotti dalla società, attendendo la distribuzione degli utili agli stessi per far scattare la tassazione.

L’inconveniente di tale meccanismo è che finché la società produce ricchezza e la accumula senza distribuirla non vi è alcuna tassazione.

Secondo correttivo: principio della trasparenza

La seconda soluzione ideata è quella di imputare il reddito prodotto dalla società direttamente ai soci in proporzione alle quote di partecipazione agli utili stabilite, come se la società non esistesse o fosse trasparente. Tale sistema è previsto come regime fiscale legale inderogabile in Italia per i redditi percepiti da società di persone. È invece opzionale, in presenza di certi presupposti, per le società di capitali.

Terzo correttivo: credito d’imposta

La terza soluzione è nota come “metodo del credito d’imposta”. Secondo tale metodo l’imposta dovuta dal socio deve essere determinata nel seguente modo:

  1. quando l’utile viene distribuito ai soci si attribuisce agli stessi un credito d’imposta pari all’imposta che ha già pagato la società; In seguito,
  2. l’imposta dovuta dal socio sul dividendo viene calcolata sul dividendo lordo;
  3. sul dividendo lordo si calcola l’imposta lorda e da essa si detrae l’ammontare del credito d’imposta.

Riprendendo i dati dell’esempio precedente, l’IRES pagata dal socio unico sarà pari a 80 (20% di 400). Per cui il dividendo netto sarà 320 (400 – 80), mentre il dividendo lordo resterà ovviamente 400.

Procedendo come descritto, l’IRPEF verrà calcolata sul dividendo lordo, e pertanto ammonterà a 90 (10% di 100 + 20% di 100 + 30% di 200).

A tal punto verrà calcolata l’imposta netta IRPEF sul dividendo come pari alla differenza tra l’imposta lorda (90) e il credito d’imposta (80), cioè 10.

In conclusione, il socio pagherà una imposta complessiva di 90 (80 di IRES + 10 di IRPEF), e cioè la stessa imposta che pagherebbe svolgendo l’attività in forma individuale.

Il limite di tale metodo è che risulta di difficile applicazione quando la compagine aziendale è molto articolata.

Quarto correttivo: esenzione della partecipazione

In tal caso viene incisa dall’imposizione soltanto la ricchezza prodotta dalla società, mentre non è imponibile la distribuzione dei dividendi. Il difetto di tale sistema è che porta ad un vantaggio ogni qual volta l’aliquota dell’imposta sul reddito delle società è più bassa rispetto alla media ponderata sugli scaglioni delle aliquote IRPEF applicate.

Riprendendo i dati dell’esempio precedente, il contribuente pagherebbe soltanto 80 di IRES anziché 90 (imposta imprenditore individuale), conseguendo un vantaggio di 10.

Per evitare tali situazioni tale metodo di tassazione dei redditi societari è affiancato da altri correttivi. Ad esempio, in Italia vige la regola secondo cui se il dividendo viene percepito da una persona fisica, salvo che si applichi il principio della trasparenza, l’imposizione si applica con un’unica aliquota in capo alla società e quando essa distribuisce gli utili sotto forma di dividendi, questi vengono tassati in misura ridotta.

A quanto ammonta la riduzione dei dividendi?

Dipende da due elementi:

  1. il tipo di partecipazione , qualificata e non;
  2. il soggetto percipiente.

Per quanto riguarda il punto sub a), esistono due categorie di partecipazioni (art. 67, lett., c., del TUIR):

  1. partecipazioni qualificate. Se la società è una società:
    1. di capitali quotata, allora la partecipazione si dice qualificata se supera il 5% del capitale, o se attribuisce diritti di voto nell’assemblea ordinaria superiori al 2%;
    2. di capitali non quotata, o altri soggetti passivi IRES, allora la partecipazione è qualificata se supera il 25% del capitale, o se attribuisce diritti di voto nell’assemblea ordinaria superiori al 20%.
  2. Non qualificate, in caso contrario.

 

Per quanto riguarda il punto sub b), esistono tre categorie di percipienti:

  1. persone fisiche non esercenti attività d’impresa;
  2. persone fisiche esercenti attività d’impresa;
  3. contribuenti soggetti a IRES.

Presupposto ciò, una società che distribuisce dividendi a una persona fisica non esercente attività d’impresa opererà come segue:

  1. se la distribuzione avviene in virtù di una partecipazione qualificata essa non opererà alcuna ritenuta e i dividendi distribuiti rientreranno nella base imponibile del percipiente nella misura del 49,72%;
  2. se la partecipazione è non qualificata, essa opererà una ritenuta a titolo d’imposta del 26%.

Una società che distribuisce dividendi ad una persona fisica esercente attività d’impresa, ovvero a società di persone, non opererà alcuna ritenuta, e il dividendo concorrerà alla formazione della base imponibile nella misura del 49,72%, a prescindere dal tipo di partecipazione deternuata.

Infine, una società che distribuisce dividendi o contributi soggetti a IRES non opererà alcuna ritenuta, e il dividendo concorrerà alla formazione della base imponibile del soggetto percipiente nella misura del 5%, a prescindere dal tipo di partecipazione detenuta.

Con riferimento a quest’ultima fattispecie, considerato quanto detto finora, perché nel caso delle società soggette a IRES l’esenzione non è totale? Tali società distribuiranno un dividendo a dei soci su cui poi sarà calcolata l’IRPEF, seppur secondo le disposizioni viste sopra. Facendo così il dividendo è tassato tre volte:

  1. sarà inciso dall’IRES nel caso della società che ha generato il reddito;
  2. sarà inciso dall’IRES nel momento in cui entrerà a far parte del reddito del socio soggetto a IRES;
  3. sarà inciso dall’IRPEF, seppur nella misura ridotta del 49,72% del 5%, nel momento in cui il reddito verrà dichiarato dal socio persona fisica.

La ratio di tale disposizione è la seguente: la società socia può dedurre i costi di gestione delle partecipazioni come costi del suo reddito. Ed per ovvia e ragionevole simmetria che, se sono deducibili i costi relativi alla gestione della partecipazione, siano almeno parzialmente imponibili i relativi redditi. Altrimenti l’impresa potrebbe dedurre costi su redditi esenti.

 

Proventi dei titoli similari alle azioni

Il regime fiscale dei proventi azionari si applica anche ai proventi dei titoli similari alle azioni, ossia i titoli e gli strumenti finanziari la cui remunerazione è costituita totalmente dalla partecipazione ai risultati economici dell’impresa emittente.

Per tali titoli valgono le seguenti regole:

  1. sono trattati come i dividendi dei titoli azionari;
  2. le plusvalenze e le minusvalenze derivanti dalla loro cessione sono considerate come quelle relative alla cessione di partecipazioni sociali;
  3. per la società emittente, la remunerazione degli strumenti finanziari legata all’andamento della società è indeducibile, come la distribuzione degli utili ai soci.

Sempre a tal riguardo, cosa accade se la remunerazione dello strumento finanziario dipende solo in parte dai risultati della società emittente?

Il titolo va classificato tra i titoli atipici e i loro proventi sono soggetti ad un regime fiscale sostitutivo (ritenuta alla fonte a titolo d’imposta del 20%.

 

Riparto delle riserve

Nel tempo non sono mancati i tentativi da parte dei contribuenti di evadere le imposte sui dividendi dissimulando un rimborso di capitale, non soggetto ad imposizione, per distribuire i dividendi ai soci.

Al fine di evitare che ciò avvenga il Legislatore ha previsto una apposita norma antielusiva, l’art. 47 del TUIR.

A tal riguardo, tre sono le principali manovre che il contribuente potrebbe mettere in atto per evadere l’imposta sui reddito prodotti dalla società.

Ipotesi 1

Si supponga che una società presenti un patrimonio netto così formato:

  • capitale sociale 100;
  • riserve di capitale 150.

Si ipotizzi altresì che l’azienda consegua nell’arco del periodo d’imposta un reddito pari a 100. Tale reddito non viene distribuito ai soci ma viene imputato totalmente riserva. Pertanto il patrimonio della società diviene:

  • capitale sociale 100;
  • riserve di capitale 150;
  • riserve di utili 100.

L’anno seguente, però, l’assemblea degli azionisti delibera il rimborso ai soci di una quota delle riserve di capitale esattamente pari all’utile posto a riserva nell’anno precedente. Dato che il rimborso di capitale non è soggetto ad imposizione, operando in tale modo la società riuscirebbe ad evadere l’imposta sui redditi.

Per evitare che ciò avvenga l’art. 47 del TUIR stabilisce che non può esservi distribuzione di riserve di capitali se vi sono utili o riserve di utili da distribuire. In base ad una presunzione legale, che non ammette prova contraria, si considerano prioritariamente distribuiti l’utile dell’esercizio e le riserve di utili, anche se la delibera assembleare dispone diversamente.

Pertanto, ritornando al caso precedente, anche se la delibera assembleare dispone che si tratta di un rimborso di capitale, ai fini fiscali vi sarebbe una distribuzione di utili, soggetto quindi ad imposizione come reddito di capitale.

Considerato che la delibera dell’assemblea degli azionisti rimane comunque valida, in tal modo si verrebbe a creare un doppio binario, quello fiscale e quello contabile.

Dal punto di vista contabile effettivamente è come se vi fosse stata un rimborso della riserva di capitale per 100, e quindi si avrebbe:

  • capitale sociale 100;
  • riserve di capitale 50;
  • riserve di utili 100.

Dal punto di vista fiscale, invece, la società ha proceduto alla distribuzione della riserva di utili, per cui:

  • capitale sociale 100;
  • riserve di capitale 150;
  • riserve di utili 0.

Ipotesi 2

Nel caso precedente si ipotizzi che i soci deliberino un aumento di capitale mediante il passaggio delle riserve a capitale. Tale operazione potrà essere svolta attraverso due modalità:

  1. emissione di nuove azioni o quote;
  2. aumento del valore nominale delle azioni o quote.

In ogni caso non si avrebbe un utile tassabile. Il nuovo patrimonio netto dell’azienda vedrebbe il capitale sociale aumentare da 100 a 350 (100 + 150 + 100).

Si ipotizzi ora che in seguito i soci deliberino una riduzione di capitale. In tal caso parte delle azioni verrebbero rimborsate ai soci, trattandosi di rimborso di capitale lo stesso non dovrebbe essere tassato. In realtà l’impresa sta distribuendo gli utili degli anni precedenti, evadendo così l’imposta sugli stessi.

Per evitare che ciò avvenga l’art. 47 del TUIR stabilisce che in caso di aumento di capitale con passaggio delle riserve a capitale le nuove azioni o quote, ovvero l’aumento del valore nominale delle stesse non configurano utile. Tuttavia, se l’aumento è avvenuto con riserve di utili, la riduzione del capitale deliberata successivamente è considerata distribuzione di utile, e quindi soggetta ad imposizione.

Ipotesi 3

Riprendendo il caso precedente, si ipotizzi che all’interno della società vi siano cinque soli soci, ognuno con una quota del 20%. Si supponga altresì che l’assemblea deliberi l’imputazione a capitale delle riserve di utili. Il nuovo patrimonio netto sarà:

  • capitale sociale 200 (100 + 100);
  • riserve di capitale 100.

In seguito all’aumento di capitale uno dei soci decide di uscire dalla società e, quindi, richiede la liquidazione della propria quota di capitale sociale (20% di 200), ossia 40. A tal riguardo, originariamente tale soggetto aveva conferito nella società un macchinario dal valore di 20. Sulla base di una stima tale macchinario vale ancora 20.

Considerato che si tratta di rimborso di capitale su tale entrata il socio non dovrebbe pagare l’imposta sul reddito. In realtà, solo parte della somma restituita al socio (esattamente 20) corrisponde al valore normale del suo conferimento, la rimanente parte sono utili non distribuiti e imputati al capitale. In tal modo si riuscirebbe ad evadere l’imposta sui redditi.

Per tali ragioni il TUIR stabilisce che le somme o il valore normale dei beni che il socio riceve in caso di recesso, esclusione, riscatto, riduzione di capitale esuberante o di liquidazione delle società non costituiscono utili per la parte che corrisponde al costo delle partecipazioni; sono, invece, utili per la parte eccedente.

Cos accade se il valore normale dei beni è inferiore al valore di quanto conferito?

La differenza (perdita) non può essere imputata a riduzione dei redditi di capitale. Nei redditi di capitale non sono ammesse deduzioni di alcun tipo.

Quindi se il valore del macchinario è 0, perché magari il bene è andato bruciato, al socio spetterebbe solo 20 (utile non distribuito), somma che, per quanto detto finora, dovrebbe essere soggetta ad imposta sul reddito.

 

Utili da associazione in partecipazione

L’associazione in partecipazione è un contratto mediante il quale l'associante attribuisce all'associato una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari verso il corrispettivo di un determinato apporto.

 

Nell'associazione in partecipazione i contraenti sono due:

  • l'associante che è un imprenditore;
  • l'associato che effettua un apporto nell'impresa dell'associante, avendo così il diritto a partecipare agli utili di questa o di uno o più affari.

L'apporto dell'associato può essere di tre tipi diversi:

  • apporto di capitali che potrà essere rappresentato da:
    • denaro. Questo rappresenta il tipo di apporto di capitali più frequente;
    • beni immobili o beni mobili apportati in proprietà;
    • beni immobili o beni mobili apportati in godimento, ipotesi questa meno frequente, ma sempre possibile.
  • apporto di lavoro, nel qual caso l'associato si limita ad apportare nell'impresa il proprio lavoro o i propri servizi in forma autonoma;
  • apporto misto, ovvero in parte di capitale e in parte di lavoro.

Come vengono tassati gli utili corrisposti all’associato?

Dipende dal tipo di apporto effettuato.

Se l’apporto è costituito da capitale o è misto, allora gli utili dell’associato dal punto di vista fiscale sono equiparati ai dividendi, e l’associante non li può dedurre come costo.

Se l’apporto è di solo lavoro, allora:

  • il reddito dell’associato è reddito di lavoro autonomo;
  • gli utili dell’associato hanno natura di reddito di capitale, ed inoltre:
    • se l’apporto dell’associato supera determinati importi (5% del patrimonio netto della società; 25% se l’associante è soggetto al regime delle imprese minori) allora gli utili riconosciute all’associante sono tassati in misura ridotta (49,72%);
    • viceversa, si applica il regime fiscale sostitutivo (ritenuta a titolo d’imposta del 20%).

 

b.    Gli interessi

Quando gli interessi costituiscono redditi di capitale?

Sono redditi di capitale gli interessi derivanti dalla accensione di mutui, depositi, c/c e tipologie affini.

A configurare il reddito di categoria non è tuttavia necessario che ci sia una cessione di capitale con conseguente rimborso della quota capitale ed interessi. La remunerazione del capitale può assumere anche forme diverse, come lo “scarto di emissione” che si verifica quando, al momento del finanziamento, viene corrisposto dal finanziatore, a fronte del rilascio di un titolo, un prezzo minore rispetto al valore nominale del titolo. In tal caso la funzione dell’interesse è svolta dalla differenza fra il prezzo di acquisto e quello di emissione.

Sempre a tal riguardo, non sono reddito di capitale gli interessi che non costituiscono remunerazione di un capitale, come:

  • gli interessi moratori;
  • interessi sulle dilazioni di pagamento.

Tali proventi costituiscono redditi della stessa categoria di quelli da cui derivano i crediti su cui sono maturati.

 

Presunzioni in tema di interessi

In materia di interessi vi sono due presunzioni legali.

La prima è che gli interessi derivanti da mutui si presumono percepiti alla scadenza e nella misura pattuita, a meno che il finanziatore non dimostri di aver rinunciato al pagamento degli interessi. Inoltre:

  • se le scadenze non sono pattuite, gli interessi si presumono percepiti nell’ammontare maturato nel periodo d’imposta;
  • se la misura non è determinata per iscritto, gli interessi si computano al saggio legale.

Data tale presunzione, salvo che il finanziatore non dimostri di aver rinunciato al pagamento degli interessi, questi ultimi vengono sempre tassati.

La seconda presunzione è che le somme date da un socio alla società si presumono date a mutuo se dal bilancio della società finanziata non risulta che il versamento è stato fatto ad altro titolo (ad esempio versamento a fondo perduto).

 

Determinazione dei redditi di capitale

Nella determinazione dei redditi di capitale valgono due regole:

    1. la tassazione del reddito lordo. Nel caso dei redditi di capitale non sono ammesse deduzioni di nessun tipo, né per perdite né per la produzione del reddito;
    2. il principio della cassa. I redditi di capitale vengono tassati nel periodo d’imposta in cui vengono percepiti.

 

Regimi sostitutivi

La gran parte dei redditi di capitale elencati dall’art. 44 del TUIR non concorre alla formazione del reddito complessivo, perché, alternativamente, soggetta a:

  • ritenuta alla fonte a titolo d’imposta (ad esempio, gli interessi attivi bancari);
  • imposizione sostitutiva. In particolare, sono ammessi due diversi regimi sostitutivi per i redditi di capitale, applicabili però soltanto alle partecipazioni non qualificate detenute da persone fisiche, e segnatamente:
    • risparmio amministrato. Il possessore dei titoli affida a un intermediario finanziario abilitato (banca o SIM) gli strumenti finanziari posseduti; tale intermediario applicherà l’imposta sostitutiva del 26% sui redditi diversi (plusvalenze) generati dalla cessione del titolo[1];
    • risparmio gestito. L’intermediario finanziario a cui sono affidati i titoli calcola, al 31.12 di ogni anno (o termine del rapporto, se questo avviene nel corso dell’anno) il risultato della gestione sommando i redditi di capitale e i redditi diversi[2] che, nell’anno, sono stati conseguiti con riferimento agli strumenti finanziari detenuti. Su tale risultato di gestione, l’intermediario applica un’imposta sostitutiva del 26%.

 

 

[1] Quindi in tal caso si fa riferimento non a dei redditi di capitale ma a redditi diversi che, però, hanno natura finanziaria.

[2] Plusvalenza da vendita partecipazioni non qualificate.

 

BIBLIOGRAFIA:

F. Tesauro, “Istituzioni di diritto tributario. Vol. 1: Parte generale”, Roma, Utet, 2012;

G. Marongiu e A. Marcheselli, “Lezioni di diritto tributario”, Torino, Giappichelli Editore, 2013;

 

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