Venerdì, 18 Giugno 2021

L’impresa familiare e l’imprenditore occulto

Accanto alle figure di imprenditore commerciale, piccolo imprenditore e imprenditore agricolo, troviamo quelle di:

  1. imprenditore occulto;
  2. impresa familiare.

La particolarità di tali figure è che potremmo trovarle in ognuna delle suddette tipologie di impresa (commerciale, agricola, artigiana etc. ), ossia potremmo avere un imprenditore occulto sia nell’impresa commerciale che in quella agricola, che in quella artigiana etc.

Lo stesso vale per l’impresa familiare.

Andiamo ora ad analizzare tali figure singolarmente.

 

1. L’imprenditore occulto

Per acquistare la qualità d'imprenditore è sufficiente svolgere l'attività prevista dall'art. 2082 c.c. – ossia una attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni e servizi - senza che sia anche necessaria l'iscrizione nel registro delle imprese.

L'imprenditore, però, è anche colui che esercita l'attività spendendo il proprio nome. Ciò comporta che se:

  • un soggetto ha ricevuto una procura da un imprenditore per compiere una serie di attività giuridiche, gli effetti di queste attività ricadranno sull'imprenditore, e non certo su chi ha agito in suo nome, che non acquisterà la qualità d'imprenditore;
  • all'opposto, un soggetto stipula un contratto di mandato con un imprenditore affinché quest’ultimo svolga una serie di attività giuridiche. In tal caso sarà solo l’imprenditore a risponderne davanti ai terzi perché, in caso di mandato senza rappresentanza, è solo il mandatario che assume i diritti e gli obblighi degli atti compiuti, anche se i terzi erano a conoscenza del contratto di mandato.

Pertanto, si può concludere, che per acquistare la qualità d'imprenditore bisogna necessariamente agire spendendo il proprio nome, anche se l'attività è svolta su incarico di un altro soggetto che non appare di fronte ai terzi.

È certo che i terzi possono essere danneggiati da questo principio nel caso in cui l'imprenditore diventi insolvente: questi ultimi, infatti, avrebbero l'interesse a coinvolgere anche il mandante nel fallimento al fine di essere maggiormente garantiti, ma, essendo comunque necessaria la spendita del nome, i creditori potranno solo provocare il fallimento dell'imprenditore e non quello del mandate.

Presupposto ciò, in realtà può anche verificarsi un'altra ipotesi analoga, ma non uguale, a quella del mandato: può accadere, cioè, che l'imprenditore non sia un mandatario di un altro soggetto, ma solo un prestanome, che agisce sotto le direttive di un altro soggetto, persona fisica o giuridica, che gestisce realmente l'impresa senza apparire di fronte ai terzi.

In tal caso viene a configurarsi il fenomeno della "interposizione fittizia" che si distingue dal caso in cui vi sia mandato detto della "interposizione reale".

In tal caso avremo due soggetti:

  • l'imprenditore palese, che è colui che spende il nome, pur non gestendo l'impresa;
  • l'imprenditore occulto, che è colui che gestisce realmente l'impresa, senza apparire come imprenditore di fronte ai terzi.

Essendo l'imprenditore palese un semplice prestanome sorge il problema della responsabilità dell'imprenditore occulto nel caso di fallimento dell'imprenditore palese.

La domanda chiave che occorre porsi è: poiché per essere sottoposti al fallimento è necessario essere imprenditore (commerciale), e poiché per divenire imprenditore è necessario spendere il proprio nome, può essere sottoposto al fallimento l'imprenditore occulto che, per non aver mai speso il suo nome, non è mai divenuto formalmente imprenditore?

Nel rispondere a tale quesito 2 sono le teorie:

  1. vi sono coloro che propendono incondizionatamente per una risposta affermativa, ritenendo che l'imprenditore occulto fallisca sempre insieme all'imprenditore palese. Questi autori basano la loro teoria sull'applicazione analogica dell'art. 147 l.f., relativo al fallimento del socio occulto che, come è noto, può essere dichiarato fallito insieme alla società, se illimitatamente responsabile;
  2. altri autori, invece, ritengono che non sia possibile sottoporre al fallimento l'imprenditore occulto perché non può ritenersi abbandonato nel nostro ordinamento il principio della spendita del nome.

QUALE È LA POSIZIONE DELLA GIURISPRUDENZA?

I giudici di fronte al fallimento dell'imprenditore palese, considerano l'imprenditore occulto come un socio occulto, facendo fallire anche lui in base all'art. 147 l.f.

 

2. Impresa familiare

L’impresa familiare “è quell'impresa in cui collaborano in maniera continuativa il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo dell'imprenditore” (art. 230 bis. Del c.c.)

Questa figura di impresa è stata introdotta con la riforma del diritto di famiglia per tutelare le posizioni di coloro che, legati da vincoli di parentela o di affinità con l'imprenditore, prestano la loro attività lavorativa a favore dell'impresa.

La ratio di tale normativa va ricercata nella necessità di tutelare i parenti dell’imprenditore. Ed infatti, può accadere che, a causa di detti rapporti di parentela, l'imprenditore ( di solito anche "capo famiglia") possa abusare di questa sua posizione nei confronti dei suoi parenti.

Se, quindi, il familiare non lavora nell'impresa ad altro titolo, magari con un regolare contratto di lavoro subordinato, la legge gli garantisce comunque una tutela.

MA QUALI SONO I DIRITTI CHE SPETTANO AI FAMILIARI DELL’IMPRENDITORE?

i diritti che spettano ai familiari dell'imprenditore sono:

  • mantenimento: diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia;
  • partecipazione alla gestione dell'impresa: le decisioni concernenti l'impiego degli utili e gli incrementi di capitale nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell'impresa sono adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano alla impresa stessa;
  • diritto di prelazione: in caso di divisione ereditaria o di trasferimento dell'azienda i familiari partecipi hanno diritto di prelazione sulla azienda;
  • partecipazione agli utili: partecipa agli utili dell'impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell'azienda, anche in ordine all'avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato;
  • trasferimento dei diritti di partecipazione: i diritti che scaturiscono dalla partecipazione all'impresa familiare sono intrasferibili, a meno che il trasferimento non sia a favore di altro familiare che possa far parte di detta impresa e con il consenso di tutti gli altri. La liquidazione dei diritti di partecipazione, per qualsiasi causa avvenga, può avvenire anche in denaro.

Ne deriva che nell'impresa familiare i poteri dell'imprenditore sono stati limitati in misura rilevante a causa della partecipazione alla gestione dell'impresa degli altri familiari: per questo motivo si è ritenuto che questo tipo d'impresa rientrasse nel tipo dell'impresa collettiva e non di quella individuale.

In realtà, la tesi oggi prevalente, invece, la colloca nell'ambito dell'impresa individuale.

L'accoglimento di questa tesi comporta una serie di conseguenze:

  • unico proprietario dei beni dell'impresa è l'imprenditore;
  • il fallimento dell'imprenditore non comporta il fallimento dei familiari partecipanti all'impresa;
  • I familiari non possono far annullare le decisioni prese dall'imprenditore in merito ad atti di gestione a loro riservati, ma potranno chiedere il risarcimento del danno subito;
  • unico responsabile per le obbligazioni che scaturiscono dalla attività d'impresa è l'imprenditore;
  • la gestione ordinaria dell'impresa spetta esclusivamente all'imprenditore.

 

Bibliografia:

G. Campobasso, “Manuale di diritto commerciale”, Roma, Utet, 2012;

A. Gambino, Daniele U. Santosuosso “Fondamenti di diritto commerciale vol.1”, Torino, Giappichelli Editore, 2007;

dirittoprivatoinrete.it

 

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